Fausto Melotti: misura, musica e leggerezza della scultura italiana

Quando pensiamo a Fausto Melotti, vediamo fili sottili che disegnano l’aria, ceramiche dal colore audace e micro-teatri dove la favola dialoga con la matematica. In questo ritratto vogliamo ripercorrere la sua vicenda – tra Rovereto, Milano e il mondo – per capire come uno scultore-musicista abbia trasformato la scultura italiana in una disciplina capace di suonare nello spazio. Metteremo in luce formazione, svolte, poetica e opere chiave, così da avvicinarci alla sua “scrittura nel vuoto” con occhi aperti e, perché no, orecchie tese.

Vita E Formazione

Fausto Melotti nasce l’8 giugno 1901 a Rovereto, allora laboratorio di idee tra scienza, musica e arti. Cresce dentro una cultura del rigore: studia prima Fisica e Matematica a Pisa, poi ingegneria elettrotecnica al Politecnico di Milano (laureandosi tra il 1924 e il 1928). Parallelamente si diploma in pianoforte. È un profilo inusuale per un artista italiano dell’epoca, e lo si sente più tardi nel ritmo, nella misura, nella chiarezza strutturale delle sue opere. Prima di scegliere definitivamente la scultura, fa tappa a Torino con Pietro Canonica (1926) e quindi all’Accademia di Brera (dal 1928) sotto Adolfo Wildt: lì l’incontro con Lucio Fontana sarà decisivo per l’apertura all’avanguardia.

L’Incontro Con L’Avanguardia Milanese

A Milano Melotti entra nella rete più viva dell’arte razionalista. Tra gli anni Trenta e le Triennali (1930-1936) affina una scultura che dalla figura migra verso l’astrazione. La personale alla Galleria del Milione nel 1935 – epicentro dell’astrattismo italiano – lo consacra tra i protagonisti di un linguaggio nuovo: modulare, calibrato, essenziale. In questi anni il dialogo con architetti come BBPR e con il clima progettuale della città plasma il suo sguardo: l’opera diventa “struttura”, non semplice oggetto: un dispositivo di spazio, ritmo e pensiero.

Dalla Plasticità Alla Musica Dello Spazio

Prime Sculture, Razionalismo E Astrattismo

Negli anni Trenta la sua ricerca vira dalla plasticità tradizionale a un astrattismo di impronta razionalista. L’opera-chiave è Costante Uomo (1936-1937), ciclo di dodici sculture pensate per la Sala della Coerenza alla VI Triennale di Milano, realizzata dallo studio BBPR. Qui Melotti costruisce una sequenza ritmica, quasi una partitura visiva, dove la figura si rarefà fino a diventare principio, misura, intervallo. Il risultato non “rappresenta” l’uomo: ne evoca la costanza, la legge, il tema che ritorna. È un laboratorio per tutto ciò che verrà.

La Svolta Postbellica E Le Sculture Filiformi

La guerra lo costringe a Roma (1941-1943), dove disegna, scrive poesie – Il triste Minotauro esce nel 1944 – e asciuga la propria lingua. Il bombardamento del 1943 distrugge lo studio milanese: una cesura dolorosa che apre però una stagione nuova. Nel dopoguerra Melotti si dedica alla ceramica, con esiti enigmatici e raffinatissimi che gli valgono riconoscimenti (Gran Premio alla Triennale del 1951). Collabora con Giò Ponti, intervenendo in architetture come le Ville Planchart (1956) e Nemazee (1960). Negli anni Sessanta ritorna al metallo: ottone, ferro, talvolta oro. Nascono le celebri sculture filiformi, una “scrittura nel vuoto” che fa vibrare lo spazio come uno strumento a corda.

Poetica, Temi E Simboli

Misura, Armonia E Silenzio

Nel lessico di Fausto Melotti ricorrono parole come misura, armonia, silenzio. Non sono astrazioni: sono criteri operativi. La misura ordina le relazioni tra pieni e vuoti: l’armonia guida i rapporti numerici, quasi fossero intervalli musicali: il silenzio è la condizione per ascoltare lo spazio che l’opera apre. In questo equilibrio, ogni eccesso è limato e ogni dettaglio trova il suo posto.

Allegoria, Teatro E Favola

Se il metodo è rigoroso, l’immaginario è lieve. I suoi “teatrini” sono microcosmi dove allegoria e favola filtrano la realtà. Piccoli personaggi, quinte, segni minimi: tutto concorre a una scena sospesa che non illustra, ma allude. È teatro mentale: una narrazione ridotta all’osso che lascia a noi – spettatori – il compito di completare il senso.

Materiali E Processi

Ottone, Acciaio E Fili: La Scrittura Nel Vuoto

Con i metalli sottili Melotti compone linee che si sollevano come pentagrammi. L’ottone e l’acciaio gli consentono leggerezza strutturale e resilienza: fili, aste, lamelle definiscono griglie, volumi apparenti, eco di strumenti musicali. L’opera non occupa lo spazio, lo intona: ciò che vediamo è anche ciò che respira tra i segmenti, una trama d’aria che diventa forma.

Ceramica, Gesso E Smalti: Tattilità E Colore

Nel laboratorio ceramico del dopoguerra sperimenta impasti, gessi, smalti policromi. Le superfici si fanno tattili, i colori scivolano dal brillante al terroso, e la scultura acquista corpo domestico, quotidiano, a volte ironico. Questa fase non è parentesi ma contrappunto: al segno-linea del metallo risponde il volume-epidermide della ceramica.

Disegno, Progetto E Musica Come Metodi

Disegno e progetto sono per noi le chiavi d’accesso al suo fare: studi, varianti, modulazioni come in una composizione. La musica non è tema, è metodo. Ordina tempi, ritorni, pause. Anche la serialità – le “sequenze” – deriva da questa logica: non ripetizione, ma variazione consapevole su un motivo.

Opere Chiave E Periodi

I Teatrini: Microcosmi Di Narrazione

I teatrini condensano la vocazione scenica di Melotti. Minuscole architetture, personaggi-icone, quinte come fogli ripiegati: sono pagine di un libro senza parole. Ci attraggono per la discrezione con cui suggeriscono una storia e per il modo in cui mettono in relazione piano simbolico e misura costruttiva.

Le Sculture Liriche E Le Sequenze

Con le sculture filiformi degli anni Sessanta e Settanta, Melotti costruisce apparizioni: gabbie leggere, scale, arche sostituite da linee, talvolta da campanelli che suonano appena. La Sequenza – presentata oggi anche in dialogo con spazi come Pirelli HangarBicocca – esplicita l’idea di variazione modulare: un tema si distende in più stazioni, ciascuna con identità, tutte interrelate.

Le Ceramiche Degli Anni Cinquanta

La stagione ceramica, premiata alla Triennale del 1951, rivela l’altra faccia della sua ricerca: il gusto per la materia viva. Piatti, rilievi, figure e totem giocano con smalti policromi e superfici incise. C’è ironia, ma mai dispersione: la disciplina compositiva tiene tutto in asse.

Installazioni Tardive E Ritorni Tematici

Negli ultimi anni le opere si fanno ancora più rarefatte, quasi smaterializzate. Ritornano motivi già esplorati – scale, aste, recinti – come se Melotti li riascoltasse con orecchio nuovo. Il lessico è lo stesso, la timbrica cambia: superfici più nude, spessori minimi, un’idea di “purezza” che non rinuncia alla poesia.

Contesto, Ricezione Ed Eredità

Dialoghi Con Fontana, Il Razionalismo E L’Astrattismo Italiano

La sua traiettoria si intreccia con Fontana, con gli architetti BBPR e con il razionalismo milanese. L’astrattismo italiano trova in Fausto Melotti un interprete singolare: meno gestuale e più musicale, più misurato che enfatico. Collabora con Giò Ponti e porta la scultura dentro il progetto, dove arte, architettura e design si parlano senza gerarchie.

Critica, Collezionismo E Dove Vederlo Oggi

Dagli anni Sessanta la critica lo accoglie con crescente convinzione (Fiorino d’oro nel 1967). Il collezionismo riconosce la sua tenuta nel tempo, dalle ceramiche alle strutture filiformi. Oggi lo incontriamo in istituzioni come il MART di Rovereto, la GAM di Torino, Pirelli HangarBicocca a Milano, oltre che in numerose collezioni private e pubbliche: segno di un’eredità viva, continuamente riletta.

In Conclusione

Guardare Fausto Melotti significa allenare l’orecchio oltre l’occhio. La sua scultura – nata da matematica, musica e progetto – ci insegna che la leggerezza è una forma di precisione. Tra fili d’ottone e smalti policromi, tra teatrini e sequenze, ci invita a una misura interiore del vedere. Se vogliamo capire davvero la modernità italiana, dobbiamo passare di qui: dove lo spazio non si riempie, si accorda.