Di Giuseppe Capogrossi pensiamo subito a un’icona: quel “segno a forchetta” che scandisce la superficie come una partitura. Ma dietro la semplicità apparente c’è un percorso sorprendente, dalla Roma degli anni Venti alle avanguardie del dopoguerra, che ha trasformato la pittura italiana. In questa guida ripercorriamo le tappe chiave, decodifichiamo il suo vocabolario visivo e suggeriamo come leggere le “Superfici” oggi, tra musei, retrospettive e un’eredità ancora attualissima.
Chi Era Giuseppe Capogrossi?
Nato a Roma nel 1900 in una famiglia nobile, Giuseppe Capogrossi si laurea in Giurisprudenza nel 1922, salvo poi scegliere la pittura come destino. Frequenta la Scuola di nudo di Felice Carena (1923–24) e, a partire dal 1927, viaggia a Parigi, dove misura le novità dell’avanguardia. A Roma entra in dialogo con la cosiddetta Scuola romana – Cavalli, Cagli, Pirandello – costruendo una base solida di cultura figurativa e tonale. Nel dopoguerra la sua ricerca si radicalizza: un passaggio consapevole dalla figura all’astrazione che lo porterà a uno dei linguaggi più riconoscibili dell’informale europeo. Se dobbiamo definire Capogrossi in poche parole, diremmo: disciplina classica, curiosità internazionale, rigore strutturale.
Dalla Figurazione All’Astrazione: Le Origini Di Un Linguaggio
Negli anni Venti e Trenta la pittura di Capogrossi è figurativa e tonale: paesaggi misurati, nudi, nature morte dove la luce costruisce lentamente le forme. Non c’è ancora il “segno”, ma c’è già una sensibilità per le relazioni spaziali e per la qualità della superficie pittorica. La stagione parigina amplia l’orizzonte, mentre la vicinanza alla Scuola romana lo affina sul piano cromatico. Nel secondo dopoguerra, tra il 1947 e il 1949, affiora un interesse neocubista: scomposizioni più severe, impianti architettonici, volumi condensati. In parallelo, i disegni di cataste di legna – soggetti umili – rivelano una trama nascosta: ordini, ripetizioni, incastri. È il ponte verso l’astrazione.
Il Dopoguerra E Il Gruppo Origine
Dal 1950 la svolta: l’esordio astratto alla Galleria del Secolo a Roma suscita scandalo. Non è un’astrazione lirica, né gestuale: è un nuovo alfabeto. Nel 1951 Capogrossi fonda con Ballocco, Burri e Colla il Gruppo Origine, programma di drastica riduzione formale e cromatica per ricominciare “da zero”. L’idea è chiara: sottrarre il superfluo, isolare un modulo-segno e metterlo alla prova su campi visivi essenziali. Tra 1950 e primi Sessanta, la figura scompare e nasce un sistema strutturale che chiama in causa ritmo, densità, vuoto. Capogrossi non cerca l’immagine: cerca la grammatica della pittura.
Il Segno Capogrossi: Strutture, Varianti E Significati
Morfologia Del Segno E Moduli
Il “segno a forchetta” – o a pettine – è un modulo ricurvo con denti rivolti verso l’interno o l’esterno, una forma insieme organica e archetipica. Lo riconosciamo subito, ma cambia continuamente: ruota, si raddoppia, si annoda a coppie o terne, si comprime fino a diventare quasi un ideogramma. È un segno non mimetico, ma non è freddo: conserva una memoria tattile, quasi manuale. L’uniformità del modulo non significa monotonia: come nelle variazioni musicali, il senso sta nella relazione tra le note.
Griglie, Ritmo E Spazio Della Superficie
Capogrossi lavora per griglie implicite. Non c’è prospettiva, non c’è profondità illusionistica: lo spazio è la superficie. La composizione nasce dall’aggregazione dei moduli in reticoli irregolari che attivano pieni e vuoti. Densità e rarefazioni diventano gli strumenti del respiro visivo: zone fitte pulsano come città viste dall’alto: campi radi aprono pause, silenzi. La direzione dei segni – verticale, orizzontale, obliqua – produce vettori di forza. Guardando una “Superficie” percepiamo un equilibrio dinamico, una trama che si auto-organizza. È qui che Capogrossi dialoga con lo spazialismo e con le ricerche strutturali europee, ma con una soluzione squisitamente personale: la superficie come campo disciplinato da un solo elemento variabile.
Colore, Scala E Materiali
All’inizio, la tavolozza è ridotta: nero, bianco, pochi toni terrosi o rossi bruciati. La scelta è etica e metodologica: un laboratorio controllato dove misurare ogni scarto di ritmo. Dagli anni Sessanta il colore si amplia: blu, rossi più saturi, gialli che interrompono la neutralità del fondo. Cambia anche la scala – segni ingranditi o miniaturizzati – e con la scala cambia la percezione: il modulo grande diventa architettonico, quello piccolo quasi tipografico. Supporti e tecniche – olio, tempera, gouache, incisione – rimodellano i margini del segno: dalla pasta densa alla linea netta. Nei lavori su carta, per esempio, la velocità della stesura mette a nudo il battito del gesto, mentre in certi oli la materia trattiene la luce e ispessisce la griglia.
Superfici Celebri: Opere Chiave E Mostre Fondamentali
Gli Anni Cinquanta
La serie delle “Superfici” definisce negli anni Cinquanta l’identità di Giuseppe Capogrossi. Un’opera esemplare è Superficie 236 (1957), oggi alla Peggy Guggenheim Collection, dove il modulo-segno si organizza su un campo netto e serrato, quasi un palinsesto urbano. In queste tele la riduzione cromatica è funzionale alla lettura del ritmo: il segno non decora, costruisce. Le esposizioni italiane e internazionali consolidano l’immagine di un autore radicale, ma non dogmatico.
Gli Anni Sessanta
Nel decennio successivo la grammatica si apre: più colore, più variabilità di scala, composizioni che talvolta spezzano la regolarità della griglia. Capogrossi dialoga con i dibattiti sul segno informale europeo e con le ricerche spaziali italiane. Alcune tele ampliano i campi cromatici, altre sperimentano densità quasi calligrafiche. È la prova che un sistema ridotto può restare vitale nel tempo se il processo di variazione è rigoroso.
Biennali, Quadriennali E Retrospective
Presenza costante alle Biennali di Venezia e alle Quadriennali romane, Capogrossi ottiene nel 1962 una sala personale alla XXXI Biennale e il Premio per la pittura, riconoscimento di un percorso ormai centrale. Seguono premi internazionali – San Paolo del Brasile nel 1971, e riconoscimenti per l’incisione a Lubiana – oltre a retrospettive che ne fissano il profilo storico. La risonanza non è episodica: è la conferma di una lingua pittorica diventata riferimento.
Ricezione Critica, Eredità E Influenza
Dal Dibattito Italiano Alla Scena Internazionale
La critica italiana legge presto Capogrossi come uno dei protagonisti del segno informale: differente dalla gestualità espressionista, ma altrettanto incisivo nella ridefinizione della superficie. All’estero il suo lavoro viene inserito nel dialogo con l’astrazione europea del dopoguerra e con le ricerche sistemiche. La forza del suo contributo sta nell’aver ridotto la pittura a un lessico minimo, senza impoverirla: una sintassi modulare capace di generare complessità.
Dialoghi Con Architettura, Grafica E Design
Il carattere strutturale del “segno a forchetta” ha trovato sponde naturali in architettura, grafica e design. Griglie, pattern, campiture modulari: il vocabolario di Capogrossi si presta a migrare su facciate, tessuti, editoria. Non si tratta di decorazione, ma di organizzazione visiva: la logica del modulo ripetuto, con variazioni controllate, è parente stretta di sistemi costruttivi e tipografici. Non a caso, molte esperienze progettuali italiane hanno guardato al suo lavoro per tradurre la pittura in pattern identitari.
Come Guardare Capogrossi Oggi
Domande Utili Davanti Alle Opere
- Come varia il modulo-segno? Guardiamo dimensione, rotazioni, accoppiamenti. La variazione è il contenuto.
- Dove si addensano i pieni e dove respira il vuoto? Le rarefazioni contano quanto le zone fitte.
- Qual è il ritmo: regolare, sincopato, con pause? Seguiamo il segno come fosse musica.
- Che rapporto c’è tra colore e fondo? Un nero su bianco non “dice” lo stesso di un rosso su ocra.
- La scala ci avvolge o ci invita alla lettura ravvicinata? Cambia l’esperienza del corpo davanti al quadro.
Dove Vederlo: Musei E Collezioni
Per incontrare Giuseppe Capogrossi dal vivo, partiamo dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. A Venezia, la Peggy Guggenheim Collection conserva Superficie 236 (1957). Opere significative sono diffuse in musei e collezioni pubbliche e private in Italia e all’estero. Per orientarsi tra cataloghi, mostre e autenticazioni, il riferimento principale è la Fondazione Archivio Capogrossi, che tutela e studia l’opera dell’artista.
In Conclusione
Se volessimo distillare l’insegnamento di Capogrossi, diremmo: con poco si può dire moltissimo. Un solo segno, variato all’infinito, diventa architettura di superficie, ritmo, pensiero visivo. Come pubblico, abbiamo un compito semplice e difficile: rallentare lo sguardo, ascoltare la trama, seguire le differenze. È così che le “Superfici” smettono di essere pattern e tornano a essere pittura viva, un alfabeto essenziale che continua a parlare al presente.