Quando pensiamo a Ennio Morlotti, pensiamo alla materia che pulsa. A una pittura che nasce dalla terra e ritorna alla terra, senza mai perdere il contatto con la natura lombarda e con la densità dell’olio. In questo ritratto critico ripercorriamo la vita e le opere di Morlotti – da Lecco a Milano, passando per Parigi – per capire come sia diventato una voce imprescindibile dell’Informale italiano in chiave naturalistica e materica. E perché oggi, guardando una sua “Zolla” o una “Roccia”, ci sentiamo ancora dentro un paesaggio interiore, vivo, ruvido, vero.
Origini E Formazione
Gli Esordi Tra Lecco E Milano
Nasce a Lecco nel 1910, in una famiglia modesta. Cresce in Brianza, tra fiumi e colline che resteranno per sempre nel suo sguardo. Studia in collegio a Seregno, poi lavora come contabile e in fabbrica: un apprendistato concreto, lontano dalle accademie, che gli affina l’occhio per le superfici vere – muri scrostati, pietre, zolle. Si forma da autodidatta nelle chiese e nei musei lombardi, poi nel 1936 ottiene la maturità artistica a Brera. Si iscrive all’Accademia di Firenze, ma la lascia presto: non vuole snaturare la propria radice lombarda, quella luce severa e terrigna che sarà la sua bussola. Rientra a Milano e tra il 1939 e il 1942 frequenta l’Accademia di Brera, entrando nel vivo del dibattito artistico cittadino.
Il Confronto Con Corrente E La Cultura Antifascista
Nel 1939 entra in contatto con Corrente, il gruppo attorno a rivista e galleria che riunisce, tra gli altri, Treccani, Guttuso, Birolli, Cassinari. Il clima è apertamente antifascista, nutrito di letteratura europea e di una pittura etica, tesa, non accomodante. In questo contesto Morlotti è considerato l'”estremista”: il suo segno è nervoso, la forma vibra, la figura si carica di urgenza espressiva. Le sue posizioni non sono solo estetiche: sono una presa di posizione morale, che riconosce alla pittura la funzione di resistere, di dire la verità della materia contro ogni retorica.
Parigi E Le Lezioni Di Cézanne E Matisse
Nel 1937 soggiorna a Parigi. Per noi è il passaggio decisivo: Morlotti incontra Cézanne e il Fauvismo, guarda Soutine e Rouault, soprattutto vede il Guernica di Picasso all’Exposition Universelle. Capisce che la pittura può essere struttura e emozione allo stesso tempo, costruzione e grido. Torna poi a Parigi nel 1947, grazie a una borsa di studio ottenuta con l’aiuto di Lionello Venturi: un secondo bagno di modernità che consolida l’idea di un linguaggio capace di coniugare etica dell’immagine e libertà del colore.
Dalla Figurazione All’informale: Evoluzione Del Linguaggio
Figure, Nudi E Madri Negli Anni Trenta
Negli anni Trenta Morlotti dipinge figure, nudi, madri. La lezione di Cézanne è evidente nella costruzione dei volumi, ma tutto è già attraversato da una tensione espressionista che spinge la forma verso la deformazione. Non cerca l’eleganza: cerca la presenza. Questi corpi sono massicci, terrosi, quasi scavati: la luce non accarezza, scava. È una figurazione robusta, che annuncia già la frantumazione futura.
La Svolta Materica Del Dopoguerra
La guerra lo riporta alla natura: nel 1944 si rifugia a Mondonico, dove la visione dal vero – pietre, argini, alberi – diventa un laboratorio silenzioso. Dal 1945 in avanti la superficie del quadro si ispessisce. L’olio si stratifica, si graffia, si sovrappone. La figura, quando c’è, affiora a fatica da un campo di impasti: non è più un soggetto da descrivere ma un pretesto per organizzare la materia. Il risultato è un Informale naturalistico, in cui la natura non è copia ma corpo vivo, tessuto cromatico in cui leggere tensioni interiori.
Fronte Nuovo Delle Arti E Gruppo Degli Otto
Nel 1947-48 aderisce al Fronte nuovo delle arti, poi, dopo la scissione, entra nel Gruppo degli Otto guidato da Venturi, accanto a Birolli e Cassinari. È il cuore dell’astrazione-informale italiana, ma Morlotti vi porta una differenza netta: niente calligrafia gestuale fine a sé stessa, piuttosto una costruzione per strati, un’energia che scaturisce dall’impasto e dal colore. È qui che consolida la sua identità: un Informale della terra, non del gesto spettacolare.
Temi, Tecnica E Colore
Natura Come Modello: Pietre, Zolle, Fiumi
Per Morlotti la natura è un modello operativo, non un repertorio di vedute. Pietre, zolle, fiumi, rocce sono equivalenti visivi di stati interni: nervature, fratture, coagulazioni. Quando affronta un argine dell’Adda o un groviglio di radici, cerca il ritmo che li sostiene. E quel ritmo diventa il quadro. Così la pittura torna a essere un’esperienza fisica: si impasta, resiste, trattiene memoria.
Brianza E Liguria: Paesaggi Interiori
La Brianza gli offre temi e cadenze. Adda e Olona diventano alfabeti: trame di campi, filari, argini che si traducono in mappe di colore quasi astratte. Dagli anni Cinquanta e Sessanta soggiorna spesso a Bordighera: ulivi, cactus, coste liguri. Qui la luce si fa più tagliente, il segno più franto, talvolta più luminoso. Sono paesaggi interiori: non un en plein air, ma un corpo a corpo con la materia del luogo – la scorza dell’ulivo, la pelle del mare, la pietra assolata.
Impasto, Segno E Tavolozza Terrosa
Tecnicamente, la cifra è l’olio in impasti densi, stratificati, spesso graffiati. Il segno non disegna: incide. La tavolozza è terrosa – bruni, verdi, ocra – con improvvise accensioni di rossi e di azzurri che aprono varchi emotivi. In questo equilibrio tra terra e luce si misura il carattere drammatico e organico della sua pittura. La materia non è ornamento: è il senso del quadro.
Opere Chiave E Periodizzazioni
Serie Dei Nudi E Delle Madri
Tra le opere figurative del primo dopoguerra spicca Solitudine (1949), dove la figura sembra già sommersa da uno spazio informe. Da qui si infittiscono i cicli dei Nudi e delle Madri: corpi che emergono e scompaiono, come presenze scavate nella pittura. Negli anni Ottanta tornano le Bagnanti, viste come apparizioni dal profondo del colore: più memoria che anatomia, più respiro che contorno.
Paesaggi Dell’Adda E Dell’Olona
Le serie delle Rocce e delle Zolle sono l’altro volto di Morlotti. I paesaggi dell’Adda e dell’Olona traducono argini, campi, filari in campiture fitte, ritmate, dove il referente naturale c’è ma non domina. L’assetto compositivo è saldo: la vibrazione è tutta nella pelle pittorica. In queste tele, per noi, sta la chiave dell’Informale naturalistico: l’oggetto non scompare, ma diventa struttura attiva del quadro.
I Cicli Tardivi E La Rarefazione Dell’immagine
Nella tarda maturità l’immagine si rarefa. La costruzione resta informale, ma l’oggetto è alluso: segni più essenziali, campi cromatici meno affollati, respiro più ampio. Non è un ripiegamento: è un distillato. Come se, dopo anni di lotta con la materia, la pittura trovasse un passo più raccolto, capace di custodire il battito naturale con meno parole e più silenzio.
Ricezione Critica, Mostre Ed Eredità
Dialoghi Con I Coevi E Letture Critiche
Morlotti dialoga serratamente con Guttuso, Birolli, Cassinari, e con l’Informale di Capogrossi, Burri, Vedova. Si distingue per la radice naturalistica: non il gesto calligrafico, non il combusto, non la pura vibrazione luministica, ma una materia che è paesaggio e memoria insieme. La critica lo riconosce tra i protagonisti della pittura materica del secondo Novecento, e gli studi sull’Informale italiano lo collocano stabilmente in questa posizione.
Biennali, Quadriennali E Retrospettive
Espone ripetutamente alla Biennale di Venezia: nel 1954 presenta cinque grandi quadri (poi distrutti) e nel 1962 riceve un riconoscimento ex aequo con Capogrossi. Partecipa a rassegne internazionali come Peintures italiennes d’aujourd’hui (1963-64) e a premi di rilievo, tra cui il Premio Spoleto 1955. La visibilità istituzionale consolida la sua immagine di riferimento dell’Informale italiano a vocazione naturalistica.
Musei, Collezionismo E Attualità Del Linguaggio
Le sue opere sono presenti in musei chiave: Museo del Novecento di Milano, Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, GAMeC Bergamo, MAGA di Gallarate, MAC di Lissone, tra gli altri. Il collezionismo lo considera un caposaldo, grazie a un linguaggio riconoscibile e a una coerenza rara. E l’attualità? Sta nel modo in cui la materia pittorica diventa esperienza ecologica ante litteram: la natura come struttura vivente, non come sfondo. Per questo le sue tele ci parlano ancora, in dialogo con ricerche informali e post-informali contemporanee.
In Conclusione
Se volessimo riassumere Ennio Morlotti in una formula, diremmo: un Informale con radici. Dalla Brianza a Bordighera, dalle Madri alle Zolle, dalla lezione di Cézanne al trauma del Guernica, ha costruito una pittura dove l’olio è terra, la forma è nervo, il paesaggio è coscienza. Noi, oggi, possiamo leggerlo così: come un artista che ha restituito alla natura il diritto di essere materia del linguaggio e non semplice soggetto. Ed è per questo che resta, a pieno titolo, tra i protagonisti del Novecento italiano.